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15/10/19 ore

POESÌ di Rino Mele. La parola che risale il futuro



Heidegger in Perché i poeti? (Sentieri interrotti, 1950) scrive che la loro parola "è un dire che è altro dal dire abituale degli uomini". Il testo di Heidegger (nella traduzione di Pietro Chiodi) termina: "Qual è il compito del poeta nel destino della notte del mondo? Questo destino deciderà di ciò che in questa poesia è storico, nel senso di conforme al destino". La poesia, i misurati corridoi, il labirinto di quella bellezza.  

 

 

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POESÌ di Rino Mele 

 

 

La parola che risale il futuro

 

Ma serve a qualcosa la parola estrema che spezza

il suono come un pane,

il dono che l'affamato fa a chi glielo sottrae? La parola

della poesia

smette l'inganno, la sfida simulata, il gioco

a scivolare mentre si sale: non continua l'urlo

del predatore

che ripete la voce della vittima

per farsi perdonare mentre l’assale.

È parola, improvvisamente, vuota di quell’atroce violenza

da cui il linguaggio ebbe inizio

per segnare nel sangue i confini dello spazio,

il quadrato d'aria

(quegli urli mostrarono

nel suono rauco il possesso di ciò che la mano nei miseri

artigli nascondeva): l’incerto

strido già apparteneva alla legge, che taglia

e distingue

le parti cui la nostra vita è legata dentro l'erta

sintassi

del teatrale - tra voce e piaghe - tentare

di salvarci nei vicoli stretti di buio,

costretti

al respiro.

La poesia è rifiutare

di ridurre la vita al "già stato", ma

nella tenebra dell'istante

risalire la corrente del linguaggio oltre le madri

che l'hanno generato,

l’orrore da cui non ci siamo liberati,

nascondendoci. Operai della poesia sono i poeti, pochi,

silenziosi

su alte scale, attenti a costruire una struttura che non si vede:

attraversano la morte

tra le pareti ostili del sonno:

nel linguaggio malato cercano la difficile salvezza, legano

le parole

al silenzio, la pausa

che fa da confine a piccoli ponti di sillabe sospese in sotterranei

abissi, dove parlano coi morti, sulle rive dei fiumi.

 

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Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud, ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

 

 

 

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