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18/09/19 ore

Poesì

POESÌ di Rino Mele. Violenza e desolazione della violenza

"Io so che sulla terra non è possibile sopprimere la violenza; io so che la lotta per il potere divide l'uomo dall'uomo, dovunque uomini abitino l'uno accanto all'altro". Questo dice l'imperatore Augusto a Virgilio in un tesissimo dialogo sul potere, nell'indimenticabile libro di Hermann Broch, "La morte di Virgilio", del 1958. (... segue>)

POESÌ di Rino Mele. Via Macallè

È accaduto in via Macallè a Cosenza, Rayem, di tre anni, tunisino (il padre è dal 1995 in Italia), per essersi avvicinato a un bambino ancora più piccolo nella carrozzina guidata dai genitori, è stato dal padre di questo preso a calci con parossistica violenza, "urlando si è avventato sul bambino, lo ha strattonato, e poi gli ha sferrato un calcio all'addome". Da rimanere impietriti: "Ho visto il piccolo fare un volo di due metri" racconta una ragazza che ha assistito all'aggressione (ed è "Repubblica" del 7 settembre a riportare la testimonianza").

In Che cos'è la guerra, l'ultimo libro di Domenico Quirico, appena edito da Salani, è descritta l’allucinata visita a una delle prigioni libiche in cui sono chiusi e sconciamente ammassati i migranti che attraversano la Libia. Molti ne muoiono. "I morti vengono gettati nelle immondizie". (… segue >)

POESÌ di Rino Mele. L’ostinato gridare

Le parole portano con sé fascinosi enigmi. Riusciamo a dire sempre meno di quello che esse nascondono, anche quando crediamo di avvicinarci a una necessaria chiarezza. Jacques Derrida usa un’immagine sorprendente (Il monolinguismo dell’altro, 1996, edito in Italia da Raffaello Cortina, 2004): “Tutto ciò che faccio, soprattutto quando scrivo, assomiglia a un gioco di mosca cieca: colui che scrive, sempre a mano, anche quando si serve di macchine, tende la mano come un cieco per cercare di toccare colui o colei che potrebbe dover essere ringraziato per il dono di una lingua, per le parole stesse nelle quali egli si dice pronto a rendere grazie. E anche a chiedere grazia”. Infine, Freud - di cui parlo nei miei versi - è nato nel 1856. Il suo paese oggi si chiama Příbor è nella Repubblica Ceca. 

POESÌ di Rino Mele. Noi rimasti a penare

Sulla nostra paura di ciò che viene dai luoghi scuri dei morti, residuo di antichissime credenze devastanti che i nostri sensi di colpa amplificano, Freud, in Totem e tabù(1913) cita una proposizione di Rudolf Kleinpaul: “I morti uccidono”. Nei quaranta versi di questa settimana, scritti per Agenzia Radicale, ho voluto rappresentare la nostra totale appartenenza al mondo degli scomparsi, e di essi al nostro, l’assenza di un ragionevole confine. (... segue>)

POESÌ di Rino Mele. Lo Smartphone e la fatica di scrivere nel palmo della mano

Stiamo trasformando una grande occasione e opportunità estrema, in confuso balbettìo, comunicazione imprecisa, precipitoso ritorno a un linguaggio autoreferenziale in un'immedicabile solitudine: esaltazione di un ripetitivo gioco con se stessi nell'agonia dell'orizzonte politico. (... segue>)

POESÌ di Rino Mele. Le donne che guardano

Questo testo è l'elaborazione di L'aceto e le donne che guardano da me pubblicato inCostruzione della rima, Plecticà  2010. Il riferimento è alle ultime pagine del Vangelo di Marco (XV,40). Cristo è crocifisso, ne muore gridando, ma da lontano - come fossero vicine - innumerevoli donne ne spiano lo strazio, testimoniano l'assurdo che sono abituate a sopportare, a riconoscere nella loro quotidiana tortura, la guerra che non si placa e solo cambia maschera (“Erant autem mulieres de longe aspicientes”). (...segue>)

POESÌ di Rino Mele. Le sette stanze del labirinto

I settantadue versi che oggi pubblico non li ho (come di solito) appena scritti ma li traggo dal mio libro Costruzione della rima, edizioni Plecticà, del 2010. Il tema è il labirinto, diventato sempre più il segno della nostra immatura coscienza. Nei suoi corridoi ossessivi rinchiudiamo il nostro vicino, l’ombra che urta contro il nostro confine, le paure cui non sappiamo dare un nome. E ci scordiamo che, al centro di questo luogo senza uscite, siamo noi stessi - Dedalo e Minotauro insieme - ignari della nostra infera condizione. Sullo sfondo, la disperante figura paterna di Minosse.

POESÌ di Rino Mele. I nodi (da cui Rubina Giorgi non è uscita più)

C’è una figura del luminoso saggio di Lacan, Del barocco, del maggio ’73, che mi è tornata imperiosa alla mente quando stamattina all’improvviso ho saputo - come una deflagrazione - che Rubina Giorgi era morta. Una figura, quella evocata dal saggio che ho citato, di separatezza e dispersione, in cui Lacan parla “dell’inerzia del linguaggio, cioè dell’idea della catena, in altri termini dei pezzetti di spago, pezzetti di spago che formano dei cerchi, i quali, non si sa troppo bene come, si congiungono gli uni con gli altri”. Una vita di ossessiva lucente scrittura quella di Rubina, che ho conosciuto tantissimi anni fa, quando insegnava Filosofia del linguaggio, e diventammo così subitamente amici. Nel 1999, poi, scrissi sedici versi per lei, che pubblicai l’anno dopo nel mio Il sonno e le vigilie, edizioni Sottotraccia, e con essi termino altri sedici versi appena scritti, oggi, ancora per lei, nell’ombra della frammentazione che il linguaggio e la morte, già nelle parole di Lacan, evocano. (... segui>>)

POESÌ di Rino Mele. Dafne e Apollo (Ovidio, Le metamorfosi, libro primo, 452-556)

È la mia traduzione, di queste ore, di cento versi del Libro I delle Metamorfosidi Ovidio, vv. 452-556. Un poema terribile che guarda con occhi mai stanchi l’enigma delle cose e che, alla fine, nel Libro XV affida a Pitagora di rappresentare il molto affanno in cui perdiamo il nostro volto. Ovidio terminò di scriverlo nell’8 d.C. l’anno in cui la sua vita si spezza, si trasforma. Condannato da Augusto all’esilio di Tomi, sul Mar Nero, l’anno successivo lasciò Roma, e morì lontano da se stesso.

POESÌ di Rino Mele. Padre nostro che sei nei cieli così lontano

Martedì 25 giugno la Sezione Letteratura, curata da Silvio Perrella, di Napoli Teatro Festival ha realizzato un incontro sulla mia poesia in uno spazio seducente, il Chiostro di Santa Caterina a Formiello, una bella chiesa napoletana tra il Quattrocento - di cui conserva ancora alcuni sapienti stilemi - e il glorioso Cinquecento appena iniziato, nel progetto di Antonio Fiorentino della Cava. A parlare della mia poesia, Silvio Perrella ha invitato due interpreti della cultura italiana più viva, il filosofo Aldo Masullo e il regista Mario Martone. Pensavo di terminare il mio intervento con la lettura dei dieci versi che propongo oggi ad Agenzia Radicale, e che pubblicai nel mio Il silenzio nudodel 2012 in un chiaro libro voluto da Eugenio De Signoribus per le edizioni maceratesi de "La Luna", ma il luminoso intervento di Masullo e la forza evocativa di quello di Martone nel ricordare l'aspra ferma tempesta di Leopardi mi hanno spinto a sostituire i versi sulla colpa del Padre con un altro mio testo, Oltre la siepe il mondo non c’era più, daI dolorosi discorsi, edizioni Sottotraccia, 2003. Quei pochi versi sulla colpa, condizione così inestricabilmente vicina alla scrittura, sono però rimasti come un pegno che, a distanza di pochissimi giorni, ora assolvo.

POESÌ di Rino Mele. Rivoluzione dell’Abate Gian Francesco Conforti

La devastata desolazione politica in cui viviamo, l’assenza di dignità e di sensi di colpa, ci costringe a rivolgersi alle grandi figure della storia, incapaci di prenderne esempio ma almeno di avere nostalgia della loro forza morale. Questi miei versi scritti alla fine del 2017, dedicati all’Abate Gian Francesco Conforti, teologo e storico, razionale interprete della Repubblica Napoletana del 1799, non sono stati mai pubblicati in un libro ma, per volontà del sindaco Francesco Gismondi, gigantografati e posti il 1 gennaio 2018, su un grande muro all’ingresso di Calvanico, il paese in cui Gian Francesco Conforti era nato il 7 gennaio 1743.(… segue>)